VASCO
BRONDI

VASCO BRONDI

Una
biografia

Vasco Brondi

Vasco Brondi nasce a Verona il 1° febbraio 1984 e cresce a Ferrara. Durante l’adolescenza si avvicina alla musica, alla letteratura e al cinema, costruendo un immaginario in cui convivono la tradizione della canzone d’autore, il rock indipendente, la poesia e le arti visive. Comincia a scrivere canzoni nei primi anni Duemila, in un periodo in cui la scena musicale italiana sta cambiando e le nuove possibilità offerte da Internet permettono a molti artisti di costruire percorsi autonomi.

Nel 2007 pubblica un demo autoprodotto con il nome Le luci della centrale elettrica. È un nome che sembra indicare un gruppo, ma dietro c’è soprattutto un autore con una chitarra e un universo di immagini. Le canzoni raccontano rapporti sentimentali, inquietudini, paesaggi urbani e industriali. La voce è spesso spinta al limite, la scrittura procede per accumulazioni, associazioni, improvvise aperture poetiche. La forma della canzone viene piegata alla necessità del racconto.

L’incontro con Giorgio Canali, musicista già legato all’esperienza dei CSI, e il lavoro con il produttore Manuele Fusaroli accompagnano la realizzazione di Canzoni da spiaggia deturpata, pubblicato nel 2008 da La Tempesta e prodotto da entrambi. La copertina è un’illustrazione di Gipi, con il quale Brondi condivide una certa attenzione per i dettagli marginali dell’esistenza e per le persone che abitano i territori meno rappresentati.

Il disco riceve la Targa Tenco per la migliore opera prima. Arrivano concerti nei club, recensioni, discussioni, un pubblico che comincia a riconoscersi in quelle canzoni. Per combattere l’acne, La lotta armata al bar, Piromani e gli altri brani dell’album appartengono a un tempo preciso, ma contengono già alcuni temi destinati a tornare: la difficoltà di comunicare, l’amore come tentativo di resistenza, il rapporto tra le vite individuali e i mutamenti collettivi.

Sono anche anni in cui Brondi cerca nella scrittura altre forme di espressione. Nel 2009 pubblica Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, un libro che raccoglie testi nati anche sul suo blog e pagine inedite. La prosa e le canzoni sembrano procedere dallo stesso punto: l’esigenza di conservare tracce di un presente che cambia rapidamente, di registrare gesti, frasi, luoghi e incontri prima che scompaiano.

Nel 2010 esce Per ora noi la chiameremo felicità. Il disco nasce dal lavoro di Vasco Brondi con Giorgio Canali e Paolo Mauri, che ne cura anche il missaggio e il mastering. Il titolo, che richiama Léo Ferré, introduce un disco nel quale la scrittura mantiene la sua tensione originaria ma comincia ad allargare lo sguardo. Le storie private convivono con il lavoro, le trasformazioni sociali, i desideri di fuga e le contraddizioni del paese. Il tour attraversa club e teatri. Brondi condivide il palco con artisti di provenienze diverse, dagli Afterhours a Jovanotti, fino a Francesco De Gregori.

Il rapporto con il cinema, intanto, prosegue attraverso canzoni utilizzate in film come Fuga dal call center di Federico Rizzo e Ruggine di Daniele Gaglianone. Le immagini cinematografiche sono una presenza costante anche nella sua scrittura: panoramiche, primi piani, sequenze di luoghi e persone che sembrano montate una accanto all’altra.

Nel 2012 pubblica con il disegnatore Andrea Bruno la graphic novel Come le strisce che lasciano gli aerei, proseguendo una collaborazione tra parola e immagine che aveva già caratterizzato il lavoro discografico. L’anno successivo realizza Cronache emiliane. Letture elettrificate, colonne sonore e fotografie, uno spettacolo che attraversa il territorio anche attraverso gli scritti di Gianni Celati e Pier Vittorio Tondelli e le fotografie di Luigi Ghirri. È un modo diverso di tornare in Emilia, dopo il terremoto del 2012, cercando nella letteratura e nelle immagini gli strumenti per raccontare il rapporto tra i luoghi e le persone.

Nel 2014 arriva Costellazioni. Il titolo suggerisce un cambiamento di prospettiva: dalle strade, dai muri e dalle fabbriche lo sguardo comincia ad alzarsi verso il cielo. La musica si apre a nuovi strumenti, archi, fiati, elettronica e arrangiamenti più ampi. La produzione artistica è affidata a Vasco Brondi, Federico Dragogna e Taketo Gohara, mentre Enrico Gabrielli cura gli arrangiamenti dei fiati e degli archi.

È un passaggio che riguarda anche la scrittura. Le canzoni continuano a interrogare il presente, ma si fanno spazio domande sul destino, sulle coincidenze, sui legami invisibili tra le persone. Alla geografia concreta degli esordi se ne sovrappone un’altra, fatta di pianeti, migrazioni, distanze e traiettorie individuali. Il disco raggiunge il secondo posto della classifica italiana degli album.

Nel 2015 Brondi scrive con Lorenzo Jovanotti L’estate addosso. È un incontro tra due modi differenti di intendere la canzone, che trova un terreno comune nel viaggio, nell’inquietudine e nel movimento. Il brano raggiunge un pubblico molto ampio, mentre Brondi continua il proprio percorso tra dischi, concerti e scrittura.

L’anno successivo pubblica con Massimo Zamboni, fondatore dei CCCP e dei CSI, Anime galleggianti. Dalla pianura al mare passando per i campi. Il libro nasce da un attraversamento del territorio e dal dialogo tra due musicisti appartenenti a generazioni differenti. Ancora una volta il viaggio diventa un modo per osservare il paesaggio, ma soprattutto per interrogare il rapporto tra memoria, identità e trasformazione.

Nel 2017 esce Terra, quarto e ultimo album di inediti delle Luci della centrale elettrica, prodotto da Vasco Brondi e Federico Dragogna. È un lavoro in cui confluiscono viaggi, letture, incontri e un interesse sempre più esplicito per ciò che unisce le esperienze umane al di là dei confini geografici. La dimensione locale e quella globale smettono di apparire in opposizione: le storie della provincia dialogano con quelle di paesi lontani, le vicende personali con i grandi movimenti del mondo.

Nel 2018, dopo dieci anni di dischi e concerti, Brondi decide di concludere il progetto Le luci della centrale elettrica. Lo fa con la raccolta 2008–2018. Tra la via Emilia e la Via Lattea, due brani inediti e un tour nei teatri. Le nuove registrazioni vedono la produzione di Vasco Brondi, Lorenzo Caperchi e Rodrigo D’Erasmo. Nello stesso periodo pubblica un libro che ripercorre quel decennio attraverso parole, immagini e contributi di altri autori.

Non è un abbandono della musica. È piuttosto la conclusione di una forma espressiva che aveva accompagnato un’intera fase della sua vita. Il nome Le luci della centrale elettrica aveva finito per contenere un immaginario molto preciso; continuare a scrivere con il proprio nome significava lasciare aperta la possibilità di cambiare.

Negli anni successivi Brondi approfondisce il rapporto con la meditazione, le pratiche contemplative e le tradizioni spirituali. Una ricerca che non nasce come improvvisa conversione, ma si sviluppa nel tempo, intrecciandosi con le letture, il viaggio e le domande che attraversano già molte delle sue canzoni. Il silenzio, l’attenzione e l’ascolto diventano aspetti sempre più presenti anche nel modo di concepire il lavoro artistico.

Nell’estate del 2020, in un periodo segnato dall’isolamento e dall’incertezza, torna sul palco con Talismani per tempi incerti, uno spettacolo nel quale canzoni, poesie e letture si alternano liberamente. Il progetto diventa anche un album dal vivo. È una forma di concerto che restituisce alla parola una centralità particolare e mette in relazione materiali provenienti da epoche e tradizioni diverse.

Il 7 maggio 2021 esce Paesaggio dopo la battaglia, il primo album di inediti pubblicato semplicemente come Vasco Brondi. Prodotto da Vasco Brondi, Federico Dragogna e Taketo Gohara, coinvolge numerosi musicisti e un’orchestra. L’esperienza individuale si intreccia con quella collettiva: ci sono separazioni, incontri, perdite, nascite, strade, città, possibilità di ricominciare. Il disco nasce dopo una lunga pausa dalla pubblicazione di nuove canzoni, vissuta non tanto come un’interruzione quanto come un tempo necessario a ritrovare il desiderio di scrivere.

Nel marzo 2024 pubblica Un segno di vita, per Carosello Records. Alla realizzazione del disco contribuiscono tre produttori, Federico Nardelli, Matteo Cantaluppi e Federico Dragogna, con i quali Brondi lavora alla ricerca di nuove possibilità sonore. Le canzoni prendono forma nel corso di un lungo periodo, attraverso sessioni di scrittura e registrazione in luoghi diversi: Milano, Ferrara, le Canarie, le colline e la montagna, anche nel rifugio dell’amico Paolo Cognetti.

È un disco attraversato dall’immagine ricorrente del fuoco, che può distruggere ma anche riscaldare, illuminare, segnalare una presenza. L’elettronica convive con le chitarre e gli strumenti acustici, mentre la scrittura cerca nuove forme di immediatezza senza rinunciare alla complessità delle immagini. Tra le collaborazioni ci sono Nada, che canta in Fuoco dentro, e Ariete, con la quale Brondi realizza una nuova versione di Meccanismi.

Ad accompagnare l’album c’è Piccolo manuale di pop impopolare, un diario di lavorazione pubblicato nelle edizioni speciali del disco. Tra viaggi, incontri, riflessioni e racconti delle registrazioni, il libro mostra come la nascita delle canzoni sia spesso inseparabile dalle esperienze che le circondano.

Da diversi anni Brondi condivide con lo scrittore Paolo Cognetti un’amicizia nata dalla reciproca conoscenza dei rispettivi lavori. Entrambi seguivano da tempo i libri e i dischi dell’altro quando si sono incontrati a Ferrara, durante un evento del festival di Internazionale. Da quell’incontro è nato un rapporto fatto di conversazioni, viaggi, letture e interessi comuni, dalla letteratura della Beat Generation alla montagna, fino alle tradizioni spirituali orientali.

Nel 2024 questa amicizia si traduce anche in una collaborazione cinematografica. Cognetti coinvolge Brondi nella realizzazione delle musiche originali di Fiore mio, il suo primo film da regista, un documentario ambientato sul Monte Rosa. Brondi compone per la prima volta un’intera colonna sonora, pubblicata con il titolo Ascoltare gli alberi. Il progetto comprende brani strumentali, canzoni e una traccia in cui Cognetti legge un proprio testo.

Le immagini del film seguono la vita della montagna, i suoi abitanti, il mutare del paesaggio e la trasformazione dei ghiacciai. La musica cerca un dialogo con questi elementi, lasciando spazio ai suoni naturali, alle pause e alla forza delle immagini. Per Brondi è anche un’occasione per lavorare su luoghi che conosce e frequenta, all’interno di un’esperienza artistica nata da una relazione personale.

Parallelamente, la ricerca sulle pratiche contemplative assume una dimensione che va oltre l’esperienza personale. Brondi studia e insegna yoga e meditazione e organizza ritiri che intrecciano pratiche corporee, creative e contemplative. Musica, scrittura e attenzione non vengono considerate attività separate, ma modi differenti di entrare in relazione con ciò che accade.

Nell’aprile 2026 pubblica per Einaudi Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte. Il libro attraversa il rapporto tra creatività e contemplazione, tra l’esperienza dell’artista e quella del mistico. Vi convivono Nick Cave e i sufi, Federico Fellini e le cartomanti, i CCCP e i padri del deserto, David Lynch e i monaci tibetani. Brondi torna anche sui periodi in cui la scrittura sembrava essersi interrotta, sul bisogno di raccoglimento e sulla possibilità che l’inattività, in una società dominata dalla produzione continua, abbia un valore creativo.

Il percorso iniziato con le prime canzoni autoprodotte ha attraversato musica, letteratura, cinema, arti visive e pratiche contemplative. Nel tempo sono cambiati i linguaggi, i luoghi e le persone incontrate. La scrittura è rimasta un modo per osservare ciò che accade e cercare di comprenderlo.